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Ivrea: dove si fa il carnevale o si muore


Lunedì 3 marzo 2014, a Ivrea, la battaglia è (ri)cominciata
. I cittadini della località piemontese, insieme a un numero imprecisato di persone “da fuori”, si sono riversati nelle strade e nelle piazze per il secondo giorno di scontri. A bordo di pittoreschi carri o a piedi con il viso scoperto, i partecipanti al carnevale storico di Ivrea hanno dato vita a una delle più strane e bizzarre battaglie del mondo: la battaglia delle arance. Funziona così: intorno alle 14 il centro storico diventa una sorta di formicaio. Compaiono figure in costume medioevale, con abiti dai colori sgargianti, cinture di cuoio, borsellini a tracolla. Ogni tanto qualcuno tira fuori un iPhone per controllare l’ora. Si fuma, si chiacchiera, si scaldano le articolazioni delle spalle, si beve un cicchetto, si aspettano i carri. Questi ultimi, i carri, raggiungono in sordina il limitare delle piazze, in una sequenza per me difficile da inquadrare. Quando tutto è pronto e le cassette di arance sono state posizionate ai bordi della piazza, quando le truppe hanno serrato i ranghi e fatto scorta di “proiettili”, quando gli spettatori cambiano espressione e iniziano a chiedersi se davvero sta per succedere quello gli è stato promesso, ecco i carri fare il loro ingresso trionfale. Ed è subito guerra!

Dalla tutto sommato sicura posizione in cui mi trovo, dietro una rete di protezione che copre un intero palazzo dal tetto all’ingresso in modo da lasciare un corridoio di passaggio al pubblico, vedo questo: gruppi di squilibrati che aspettano l’arrivo del primo carro – il quale avanza lento verso di loro trainato da coppie o quadriglie di cavalli – per lanciargli contro una raffica di arance gonfie di succo. Vanno avanti per ore e ore, almeno 3, forse 4, tentando a ogni nuovo carro di colpire le squadre di tiratori sistemate nel rimorchio. Ma sono davvero squilibrati? Da un punto di vista oggettivo verrebbe da rispondere “sì, e anche tanto”. Cavalli e conducenti dei carri non possono essere colpiti. Chi sta sopra è protetto da corpetti, imbottiture e robusti caschi. Che speranze hanno le persone a terra di vincere? O meglio: esiste la possibilità che qualcuno vinca?

La domanda, volendo andare oltre l’apparenza, si rivela subito sbagliata, per non dire stupida. Questa è una festa, eppure è al tempo stesso una competizione. Lo scopo non è quello di “uccidere l’avversario”, bensì divertirsi, cantare, fare baldoria, lasciarsi andare alla follia del momento. Se fatte bene, tutte queste cose vengono anche premiate dai giudici, posizionati in punti strategici per valutare il tiro e il portamento delle squadre, sia quelle a piedi sia quelle sopra i carri. Ma il premio non è certo il primo e unico obiettivo dello storico carnevale di Ivrea. Adulti e bambini (avete capito bene, bambini) si scagliano come fedeli seguaci di William Wallace per uno e mille motivi diversi. Perché è tradizione, perché è una cosa da matti, perché si finisce per essere immersi fino alle caviglie in una poltiglia di polpa di arance, perché hai gente da tutto il mondo che viene a vederti, perché capita una volta l’anno, perché succede in un solo posto al mondo. Ma soprattutto, perché dà identità a una città, a un comunità che altrimenti, come tante altre, rischierebbe di trasformarsi in un posto tranquillo dove vivere, un posto dove la vita scorre uguale a se stessa. Non è il caso di Ivrea, e spero per tutti non lo sarà mai.

di Roberto Zambon
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